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"Una biblioteca
è una camera piena di amici.
Sono amici che mi stanno intorno
e che mi offrono
ospitalità"
( Tahar Ben Jelloun )
POESIE
Vetro e silenzio
E’ un ospite inatteso
Il dolore che bussa
stasera alla mia porta
ma a lui mi arrendo
come un sogno alla realtà.
Lo lascio entrare e non gli chiedo niente
se non di fare piano
che la vita sta dormendo.
Ma è un dolore così indisciplinato
la tua assenza!
Corre intorno al cuore balla sui ricordi
grida il tuo nome cade nel rimpianto si rialza e ricomincia…
Lo prendo per la mano
lo prego di ascoltarmi
gli parlo per ore ed ore
ma proprio non conosce
misura e convenienza
questo bambino indisponente
che pretende e non concede.
Ti prego vieni a riprenderlo!
La mia casa di vetro e silenzio non è
posto per lui.
Soldati
Sfilano lenti tutti i miei ricordi
come soldati stanchi in ritirata
laceri e sporchi senza più illusioni
con il dolore che gli infanga il viso.
Incerti i passi lungo il sentiero
del miglior tempo che si fa rimpianto
perché la curva che sta per arrivare
cela la mèta così temuta e certa.
E poi alla fine di fronte al buio
sarà paura e incondizionata resa
chiuderò gli occhi tratterrò il respiro
m’inventerò il coraggio e sarò pensiero.
Nè altra terra Nè altro mare
Il tuo amore è una landa
ostile e trovarvi ospitalità
è arduo come nelle leggi della natura
la pietà.
Dalle tue parti il vento annuncia sempre
la pioggia e soffia contro
così sferzante che il procedere
sfianca, spezza le gambe.
Vicino eppure inarrivabile
sei proprio come i sogni
di cui ci nutre e priva
quell’artista beffardo che è il destino.
Però no non cercherò
né altra terra né altro mare
perché per sempre è passato
il tempo dell’intrepida avventura.
I fiori alla finestra
Nel volo di un sorriso
mi è parso per un istante scorgere
l’abbagliante lusinga della felicità
ma la mia età conosce i trucchi
e le malizie.
D’incanti e disincanti
ci scorre lento nelle vene
un fiume e quei fiori stanchi
alla finestra fan come noi:
resistono.
1/1/1979
L’alba.
Una centoventisei.
Quattro ragazzi
appannano i vetri
di progetti.
Com’era
credere amico
il tempo?
Non ricordo più.
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Sul quadro "Anna Bolena" di Paolo Bigelli
Come per ogni artista che meriti a pieno titolo questo appellativo, anche per Paolo Bigelli è arduo tentare di intrappolare in un’arida elencazione di temi ricorrenti la poetica che sprigiona, potente e controllata, la sua ormai vasta produzione pittorica.
Certo, è innegabile un periodico soffermarsi su spunti di riflessioni privilegiati, che conferiscono carattere unico al suo mondo poetico, ma sarebbe riduttivo, se non addirittura suscettibile di critica, ricondurre un simile plot iconografico, così ricco e vitale, ad immagini e motivi che, se perentoriamente definiti elementi distintivi, non darebbero il giusto risalto all’urgenza pittorica di Bigelli.
Quanti di noi, immersi nell’osservazione attenta di un’opera pittorica, si sono attardati nella puntualizzazione del “cosa” e “come”: il soggetto, prescelto dall’artista come argomento, e la sua conseguente realizzazione materiale. Una convenzione, peraltro, che affonda le sue radici in una tradizione classicista, completamente sovvertita, qualora non abolita, dalle avanguardie storiche del Novecento.
Nell’opera di Bigelli, lontana dal poter essere stigmatizzata come portatrice di “sovversione” iconoclasta o di velleitaria rottura con il passato, è impossibile disgiungere il cosa dal come, in quanto il cosa non può trovare la sua emanazione materiale senza il come, e viceversa.
Operare questa separazione equivarrebbe a snaturare un’unità di intenti, che, ora sì, regala ai dipinti di Paolo Bigelli il quid che li fa unici: la perfetta osmosi tra passato e futuro, un ponte lanciato verso il domani, da percorrere insieme, fiduciosi di non rinnegare le nostre radici culturali ed esistenziali ma ugualmente determinati a vedere l’oltre.
A suffragio di quanto sopra esposto, allo scrivente basterebbe raccomandare un’attenta disamina di ANNA BOLENA, dove la classicità del tema affrontato fa paio con la modernità e originalità della tecnica compositiva. La dicotomia “moderno/classico” è serenamente superata dall’interazione di cosa e come: l’acceso cromatismo che fa da sfondo alla nobile figura di donna ha senz’altro una connotazione fortemente non naturalistica, quasi onirica e astratta, ma i colori prescelti per la sua realizzazione rimandano senza ombra di dubbio a suggestioni medievali, gotiche. Il senso della dimensione storica è dunque dato dal colore, dal puro e semplice colore, nulla di più. Una sintesi folgorante, colta e misurata, che dice molto di più di ogni esegesi storica. La compostezza ieratica della nobildonna lascia trapelare l’accettazione fiera di un futuro ormai segnato; le mani in grembo sono quelle di una donna tranquilla; la ricchezza dell’abito appartiene a chi, anche nella disgrazia, non rinuncia alla dignità del suo rango; il viso, dai connotati sfumati, è di colei che viene fagocitata dalla Storia (il nero), imperscrutabile e terribile, e dal proprio Destino (il rosso), non meno spietato.
L’onirismo, il simbolismo, l’elemento dell’acqua, il corpo disegnato con toni di acceso lirismo, il particolare che regala il senso del tutto, i fregi cromatici che orgogliosamente rivendicano un trascorso di illustratore, la languida malinconia di paesaggi tratteggiati con la dolorosa coscienza della fugacità della bellezza: sono temi che non avrebbero compiutezza senza l’accorta padronanza del mezzo.
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